SORPRESA! A CAUSARE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO È FETONTE, FIGLIO IRRESPONSABILE DEL SOLE.

Ovidio (43 a.C – 17° 18 d.C), nelle sue Metamorfosi, Libro secondo, aveva previsto e spiegato le ragioni del cambiamento climatico che comincia a preoccupare i Grandi (?) della Terra. Cop26, Glasgow, ultimi 7 anni più caldi di sempre. E Draghi: “I cambiamenti climatici hanno ripercussioni su pace e sicurezza”.

Come sempre, e non è una novità, la Mitologia racconta e spiega. A buon intenditor, poche parole…

Riassumiamo allora ciò che al riguardo scrive Ovidio.

Alta si ergeva la reggia del Sole su immense colonne,

tutta bagliori d’oro e fiammate di rame.

Sulla terra vi sono uomini, città, boschi e animali,

fiumi, ninfe e le altre divinità della campagna.

Ai lati del Sole stavano il Giorno, il Mese e l’Anno,

i Secoli e le Ore disposte a uguale distanza fra loro;

e stava la Primavera incoronata di fiori,

stava l’Estate, nuda, che portava ghirlande di spighe,

stava l’Autunno imbrattato di mosto

e l’Inverno gelido con i bianchi capelli increspati.

“Perché sei venuto?” disse il Sole “Cosa cerchi in questa rocca,

Fetonte, figliolo mio, che mai potrei negarti?

Chiedimi quello che vuoi e l’avrai”.

Non appena tacque, il figlio gli chiese il cocchio dorato e di luce, col permesso di guidare per tutto un giorno i cavalli dai piedi alati.

“Credi, figliolo, questa è l’unica cosa che vorrei rifiutarti.

Ma dissuadere è permesso: colma di rischi è la tua richiesta.

Un’enormità chiedi, Fetonte, un dono che non s’addice

né alle tue forze né ai tuoi anni in fiore.

Senza saperlo pretendi più di quanto sia lecito

concedere ai celesti. Nessuno, tranne me, saprebbe reggersi su quel carro

di fuoco. Neppure il signore dell’immenso Olimpo,

che con mano tremenda scaglia micidiali folgori,

saprebbe guidare quel cocchio. E chi c’è più grande di Giove?

Facile non ti sarà reggere cavalli

così focosi per le fiamme che hanno in petto

e spirano da bocca e froge: a stento obbediscono a me,

quando esplode il loro istinto e il collo si ribella alle briglie”.

Il monito era concluso, ma quello non vuol sentire ragioni

e insiste nel suo proposito, smaniando per la voglia del carro.

E allora il genitore, dopo avere indugiato tutto il possibile,

conduce il giovane al cocchio, sublime dono di Vulcano.

D’oro era l’asse, d’oro il timone, d’oro il cerchione

delle ruote e d’argento la serie dei raggi.

Balza il figlio col suo giovane corpo sul cocchio volante,

ritto in piedi, felice di stringere finalmente nelle mani

le briglie, e di lassù ringrazia il genitore contrariato.

Intanto gli alati cavalli del Sole, Eòo, Pirois, Èton

e Flègon, l’ultimo, riempiono l’aria di nitriti

e di fiamme, scalpitando.

I quattro destrieri si scatenano,

lasciano la pista battuta e più non corrono ordinati.

Lui si spaventa e non sa da che parte tirare le briglie.

Ora balzano in alto, ora si gettano giù a capofitto

per sentieri scoscesi in spazi troppo vicini alla terra.

Nei punti più alti la terra è ghermita dal fuoco,

si screpola in fenditure e, seccandosi gli umori, inaridisce;

si sbiancano i pascoli, con tutte le fronde bruciano le piante

e le messi riarse danno esca alla propria rovina.

Con le loro mura crollano città immense

e gli incendi riducono in cenere coi loro abitanti

regioni intere. Bruciano coi monti i boschi.

Brucia l’Etna, fuoco su fuoco, in un rogo immenso.

Bruciano le Alpi che si confondono col cielo e l’Appennino con le nubi.

E così, dovunque guardi, Fetonte vede

la terra in fiamme e più non resiste a quell’immenso calore.

Il suo cocchio si fa incandescente e Fetonte non riesce più a sopportare le ceneri e le faville.

In Occidente si prosciugano i fiumi Po, Rodano, Reno

e il Tevere a cui fu promesso il dominio del mondo.

Alla fine la madre Terra, riarsa, sollevò a fatica il volto sino al collo,

si portò una mano alla fronte e con un gran sussulto,

che fece tremare ogni cosa, si assestò un poco più in basso

di dove è solita stare, e con voce roca disse:

“Se questo è deciso e l’ho meritato, o sommo fra gli dei,

perché ritardano i tuoi fulmini? Se di fuoco devo perire,

del fuoco tuo possa perire”.

Questo disse la Terra; né più avrebbe potuto

resistere al calore o dire altro: su se stessa

si ripiegò, negli antri più vicini al regno delle ombre.

Allora il padre onnipotente, chiamati a testimoni gli dei

(e per primo chi ha concesso il carro) che se non fosse intervenuto,

tutto si sarebbe fatalmente estinto, salì in cima alla rocca

da cui suole stendere le nubi sulla crosta terrestre,

da cui fa rimbombare i tuoni e scaglia in un guizzo le folgori.

Ma in quel momento non gli servirono nubi

per coprire la terra, né pioggia che cadesse dal cielo:

tuonò, e librato un fulmine alto sulla destra,

lo lanciò contro l’auriga, sbalzandolo dal cocchio

e dalla vita, e con la furia del fuoco il fuoco represse.

Fetonte, con le fiamme che gli divorano i capelli di fuoco,

precipita vorticosamente su se stesso e lascia nell’aria

una lunga scia, come a volte una stella che sembra

cadere, anche se in verità non cade, dal cielo sereno.

Le sue sorelle, per il dolore, si tramutarono in pioppi

e le loro lacrime, in ambra.

*

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