EDUCARE O ISTRUIRE? QUESTO È IL PROBLEMA. E LASCIAMO DORMIRE IL FUTURO…

Si tratta di un dilemma che insegnanti, docenti e – a vario titolo – volontari, devono per forza porsi. Consapevoli di alcune criticità istituzionali, rintracciabili nella politica del MIUR, Ministero dell’Istruzione e nella prospettiva dell’INVALSI, Istituto per la valutazione del sistema di istruzione.

Enti che hanno scelto l’istruzione come oggetto delle proprie analisi e delle proprie proposte e dei propri indirizzi il che – come vedremo – poco o nulla hanno a che vedere con l’educazione.

In generale si considera l’istruzione in quanto aspetto mirato alla formazione intellettuale e mentale dell’individuo. I contributi più significativi in questo campo si devono alla scuola comportamentista che ha posto le basi e le premesse per l’istruzione programmata: l’allievo, attraverso procedure d’insegnamento (metodi didattici) predisposte dall’insegnante, raggiunge determinati obiettivi che vengono confrontati, mediante procedure di controllo (nel nostro caso, definite dall’INVALSI), con gli obiettivi posti dall’insegnante.

Per educazione, al contrario, si intende (sempre in termini generali) la trasmissione e l’apprendimento delle tecniche culturali, cioè di quelle tecniche di uso, di produzione, di comportamento, mediante le quali un gruppo di persone è in grado di appagare i propri bisogni, di proteggersi contro l’ostilità dell’ambiente fisico e biologico e di lavorare e vivere insieme in una forma più o meno ordinata e pacifica. L’insieme di queste tecniche si chiama cultura. Una società umana non può sopravvivere se la sua cultura non viene trasmessa da generazione a generazione; le modalità o le forme in cui questa trasmissione viene effettuata o garantita si chiama educazione.

Fatta questa distinzione, la domanda è: la scuola educa o istruisce? Interagendo con bambini e ragazzi, si considerano le variabili di passato, presente e futuro, variabili che caratterizzano la qualità dell’essere nel mondo (esistenziale e scolastico) di ciascun allievo?

Al riguardo, Franz Kafka ha scritto: “Scusa, babbo, lascia dormire il futuro come merita. Se, infatti, lo si sveglia prima del tempo, si ottiene un tempo assonnato”. Se ne può trarre un suggerimento utile nella strutturazione dei piani didattici, funzionali all’incrementare fiducia, motivazione personale e attesa costruttiva – appunto – del proprio futuro. A condizione che sia immaginabile vivo, gradevole e colorato di emozioni. E ciò riguarda, paradossalmente, anche gli adulti, sia che vestano il ruolo di docenti o di genitori. I quali sarebbe bene considerassero che “Ogni uomo porta in se stesso una camera. È un fatto di cui il nostro stesso udito ci dà conferma. Quando si cammina in fretta e si tende l’orecchio, specie di notte, quando intorno a noi tutto è silenzio, si ode, ad esempio, il tentennio di uno specchio a muro non fissato bene”. (È sempre un appunto di Kafka). Fuor di metafora: prima di andare in classe, prima di preparare la propria lezione o programmare le più svariate attività didattiche (attività ludiche comprese), sarebbe necessario e utile passeggiare nella propria camera, osservando nello specchio non fissato bene l’animarsi delle proprie idee e dei propri progetti da sviluppare nella giornata seguente.

Così facendo, non si correrebbe il rischio di cadere nella trappola di letture dogmatiche e semplicistiche di manifestazioni (individuali e di gruppo) il cui senso e valore necessariamente sfugge. O meglio: il cui senso e valore non si vuol cogliere, forse per sfuggire alle proprie responsabilità. Ecco: considerare (etichettare) l’alunno come portatore di un Disturbo Specifico dell’Apprendimento potrebbe rassicurare. Che gli obiettivi non possano essere raggiunti è diretta conseguenza di un vulnus “biologico-neurologico” che giustifica l’insuccesso didattico. Sia detto per inciso: raramente si considera che classi di una trentina di allievi non consentono quell’attenzione e quella “vicinanza” che sarebbe tuttavia necessaria. Non possiamo farci nulla: l’allievo è dislessico, disgrafico, disortografico, discacliculico. Che Dio gliela mandi buona.

Viene infine da considerare che le ideologie sono libertà a condizione che non si irrigidiscano. Non devono fissarsi in schemi prestabiliti. Corriamo il rischio di venire oppressi da un’ideologia educativa (interpretata come istruzione) chiusa e definita nel suo ruolo di disciplina dogmatica che giunge alla stigmatizzazione sociale. Si dimentica che la devianza è la dichiarazione di un bisogno. Anche il bambino o il ragazzo cui viene affibbiato l’etichetta del Disturbo Specifico di Apprendimento (una sorta di “devianza” dalle attese del sistema educativo istituzionalizzato) comunica bisogni non soddisfatti.

Concludiamo con la voce del poeta:

LA VITA

Adesca, ma è micidiale.

Le basta, per l’insidia, un sasso.

Per quanto sia cauto il tuo passo,

rasségnati! Ti riuscirà mortale.

Spulciando, qua e là, i contributi di:

Franco Basaglia, Umberto Galimberti, Franz Kafka, Nicola Abbagnano, Giorgio Caproni.

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