UN CONCERTO DA “PSICOCOSE”. LEGGENDO LE STROFE E L’ANIMA DI LUCA BASSANESE

Questo concerto ha per me un rilievo particolare. E’ il primo concerto durante il covid-19 e, in secondo luogo, in modo tutt’altro che prevedibile, ha acceso in particolare la mia curiosità; i brani e gli aneddoti di Luca Bassanese mi hanno emozionato e non nascondo che le strofe di alcuni ritornelli continuano a riecheggiare nella mia mente.

Gli spunti di riflessione sono molteplici. 

Attingendo ad alcuni costrutti e teorie acquisite a livello professionale, in qualità di dottore in psicologia e psicoterapeuta in formazione, ma anche di amante della buona musica, vorrei, senza annoiare troppo, provare a mettere in rilievo alcuni elementi, che dividerò in due parti: una di carattere psicologico e sociale e l’altra di carattere culturale. 

Inizierei, dunque, dal principio, riferendomi a come è nata questa esperienza musicale.

Il primo “attore” coinvolto nella vicenda è il direttore scientifico dell’associazione U.V.I., Silvio Morganti, mio referente presso l’ente nel quale opero.

Durante il periodo estivo, in una delle nostre piacevoli e mai scontate conversazioni telefoniche, mi accennò ad un concerto che si sarebbe tenuto ad Albizzate, un paesino a pochi chilometri da Varese, la mia città di residenza. 

Incuriosito da questa sua “segnalazione”, la sera del 29 agosto, presso la sala polivalente del medesimo comune, ho assistito – insieme a lui – a un concerto che vorrei definire speciale, senza questo – credo – aver utilizzato impropriamente il termine.

A riprova del valore della serata a cui ho assistito, così pure del successo di questo concerto, va riconosciuto il merito dei suoi organizzatori; chi conosce un po’ lo scenario culturale varesino, non può non aver sentito dire dell’operato del “Progetto Zattera”, una associazione culturale che lavora con produzioni teatrali nel territorio varesino (anche in ambito internazionale) con tematiche sensibili all’infanzia e alla scuola.

In apertura della serata, Noemi Bassani, una delle responsabili, ha sottolineato in particolare il valore di un concerto dal vivo  così pure le difficoltà gestionali per poterlo attuare nel particolare periodo che stiamo vivendo.

Sulla traccia delle parole che ha espresso, mi spingerei a fare una prima considerazione che si allinea con la riflessioni che già noti psicologi hanno fatto proprio in merito a questo periodo particolare: fino a pochi mesi fa tale esperienza poteva essere “normale”, intendo dire con questo termine l’accezione di comune o più precisamente un’attività socialmente praticata e abituale. Il covid-19 e le norme cautelative hanno, infatti, richiesto una revisione radicale anche nella produzione e nella programmazione artistiche, con una conseguente e inevitabile modificazione dei comportamenti sociali. 

Assistere allo spettacolo ha richiesto il rispetto del distanziamento sociale – le seggiole poste a una distanza “protettiva” –  ha dunque determinato un cambiamento nel modo di vivere il concerto come un’esperienza collettiva: le risate, il battere le mani o osservare il vicino di seduta o ancora qualsiasi comportamento risultava meno diretto e condiviso proprio per via della inusuale distanza tra coloro che partecipavano. 

E’ stato, dunque, qualcosa, sinora, di inconsueto; ho avuto delle “sensazioni” che prima non avevo sperimentato: mi riferisco in particolar modo alla fase iniziale del concerto, alla diffidenza reciproca quando si osserva attentamente l’ambiente, se erano state effettivamente  prese le misure: le finestre della sala fossero aperte per l’areazione e le seggiole fossero state accuratamente disposte; ci si osservava vicendevolmente per verificare se i propri “vicini” ai lati della propria seduta indossassero correttamente o meno la propria mascherina. E ancora si provava un certo disagio se il proprio vicino allontanava ulteriormente la seduta, ponendoci per un attimo il problema se fossimo stati noi la causa di questa ulteriore distanza.

E’ stato dunque un concerto “speciale” anche per questo, vale a dire che sulla base di questi presupposti ho potuto ulteriormente constatare il valore universale della musica che ha, difatti, cancellato questi aspetti di disagio iniziale e ha creato le condizioni perché si potesse ri-vivere un’autentica esperienza di condivisione.

Forse scontato a dirsi ma ritengo opportuno metterlo in rilievo: l’ascolto di un brano a un concerto comporta, per ovvie ragioni, un coinvolgimento che è “altro” rispetto a una condizione solitaria: vedere i sorrisi, i corpi degli “altri” che non riescono a stare fermi sulle seggiole all’incalzare del ritmo musicale sono aspetti che conferiscono alla musica un valore collettivo, un aspetto di autentica condivisione.

Ma anche un altro elemento di riflessione vorrei porre alla vostra attenzione, non tanto di carattere sociale ma piuttosto da riferire alla condizione sensoriale del nostro corpo e al benessere ad esso associato.

Al riguardo, la considerazione è duplice: non mi riferisco alla musica come esperienza sociale ma anche come esperienza sensoriale. 

Intendo, dunque, il corpo per la sua condizione fisica. Non solo mi ero disabituato all’esperienza collettiva di un concerto, vale a dire a fare un ‘esperienza comune ad altri in uno stesso spazio fisico ma anche a “sentire” la musica, il piacere del corpo, dell’epidermide nel ricevere le onde sonore provenienti dalle corde vocali dei cantanti e dagli strumenti dei musicisti; qualcosa che è “altro” rispetto alle onde sonore appiattite che escono dalle casse dei propri computer casalinghi e con i quali ci siamo abituati ad usufruirne per mesi a casa, magari distrattamente perché intenti a fare altro contemporaneamente.

Tali aspetti fanno sì che questa esperienza possa, a mio avviso, autenticamente definirsi corale proprio perché ha determinato un coinvolgimento e una condivisione di coloro che vi hanno partecipato e che non possa essere uguagliata a un’esperienza sociale su una piattaforma virtuale, costituita da partecipanti connessi virtualmente ma dislocati e non uniti in un unico spazio fisico. 

Con questo pensiero non credo di assumere una posizione conservatrice. Ritengo che le piattaforme virtuali sono di fatto degli spazi affinché si possa creare uno spazio interpersonale e si possa instaurare una dinamica relazionale.

Mi domando, però, se un concerto, che presuppone un dialogo tra i musicisti e  il “suo” pubblico e che si gioca su una interazione strutturata e da elementi riconoscibili, ha nella scaletta musicale rispondente a un climax emotivo ben definito, la qualità della “risposta”  del pubblico rispetto ai brani eseguiti dai musicisti. In altre parole il loro coinvolgimento, osservabile, ad esempio, mediante il livello attentivo, i movimenti dei loro corpi oppure “il gradimento” riferibile all’intensità e alle frequenza degli applausi. 

Anche se descritti in modo sommario, intendo dire che questi elementi regolano e determinano e rendono unica la serata per coloro che ne partecipano, rendendo l’esperienza partecipata proprio perché interattiva (musicisti-pubblico) e consentendo agli attori di autoregolarsi in funzione di come “l’altro” risponde. 

Personalmente, il concerto è stata un’esperienza speciale proprio perché vissuta fisicamente; ho assaporato un calore e un contatto che avevo temporaneamente dimenticato. 

Mi permetto di fare più generalmente al riguardo una riflessione: in questo momento di revisione profonda dei comportamenti sociali in risposta a una nuova fragilità delle società sempre più globalizzata e connessa (non solo per lo scambio di merci ma anche di virus e malattie tropicali), credo che gli psicologi possano assumere un ruolo significativo per riflettere all’interno delle istruzioni sociali (governance, scuola, ambienti di lavoro, ambienti sportivi) sui comportamenti sociali e, dunque, sulle relazioni, riflettendo sul senso e sull’uso che facciamo della tecnologia. In questo momento particolare, nel quale l’uso delle piattaforme sociali ha acquisito un valore supportivo per la continuazione della nostra quotidianità nel lavoro e nelle attività sociali, i politici si dovrebbero avvalere di tecnici della relazione, vale a dire di psicologi, sociologi, per una costruzione di senso nell’uso della strumentazione tecnologica per fini sociali, operando una continua riflessione sulla natura dei nostri scambi interpersonali. 

In questa complessità aumentata della realtà nella quale viviamo, dove il confine tra virtuale e reale non è più così chiaramente definito come si poteva pensare decenni fa, penso sia sempre opportuno tenere in rilievo come elemento di riflessione la corporeità, intendo con questo il linguaggio del corpo e i suoi segni di comunicazione che vengono veicolati negli scambi interpersonali ma che vengono chiaramente limitati e modificati con gli strumenti tecnologici.

Secondo la mia prospettiva, meditata e originata successivamente al primo concerto che ho vissuto dopo il lockdown, ritengo che le piattaforma in remoto (o virtuale) possa consentire certamente un’esperienza sociale ma rimane comunque fortemente limitante rispetto a quello che può essere un’esperienza sociale e culturale come può essere un concerto “dal vivo”, proprio perché ne sono assenti o fortemente limitati quegli aspetti fisici e sensoriali che rendono – per l’appunto –  vivo e riconoscibile il proprio  corpo, ricevente la musica insieme ai corpi degli altri.

Passerò ora a trattare il motivo principale che mi ha spinto a scrivere qualche riga, vale a dire l’essere entrato in contatto con la produzione artistica di Luca Bassanese e che mi ha poi portato ad approfondire il suo lavoro, incuriosito dai suoi brani, cercando di carpirne (almeno in parte) ciò che  sta alla loro origine.

Martedì 1 settembre 2020

I.P.

CONTINUA

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