UMBERTO GALIMBERTI LA PENSA COSI’. E VOI…?

SCUOLA, INSEGNANTI, ALLIEVI, GENITORI: UN GIOCO TARDO ESTIVO

Qualche tempo fa la rete televisiva BioBlu ha trasmesso la conversazione tra Danilo D’Angelo e Umberto Galimberti. Il tema riguardava l’istituzione scolastica italiana. A poco più di una settimana dall’inizio della scuola (14 settembre) risulta di un certo interesse discuterne in una più ampia e generale ottica rispetto al turbinoso dibattito attuale. Mascherine sì o no, trasporti, distanziamento statico e dinamico, banchi monoposto, sedie con le rotelline o meno. Benissimo. Ma non sarebbe opportuno cogliere l’occasione per riflettere anche sullo “stato” dell’istituzione scolastica in generale? In sintesi: prescindendo dalla pandemia, la scuola italiana funziona o no? Al riguardo, Umberto Galimberti dice la sua. Riassumiamo, punto per punto, l’articolarsi del suo ragionamento. E voi, che cosa ne pensate?

Abbiamo isolato 20 paragrafi ognuno dei quali potrebbe essere commentato a partire dalle proprie, personali sensibilità e interessi.  Lo schema è il seguente:

SONO D’ACCORDO – NON SONO D’ACCORDO – QUESTE LE MIE CONSIDERAZIONI

A voi penna e parola.

  1. Formare è una cosa, istruire un’altra. L’istruzione è il passaggio di contenuti mentali da una testa a un’altra. L’educazione è invece la formazione e la cura del sentimento. I sentimenti sono culturali, non li abbiamo per natura. I sentimenti si imparano. Se non si imparano, non sarà possibile gestire i propri stati d’animo.
  • L’educazione non viene attuata anche perché l’educazione come cura del sentimento la puoi fare solo se le classi sono di dieci, dodici persone. Se sono trenta hai già deciso che non si può educare. E dato che le classi hanno un alto numero di alunni, la scuola italiana non educa. Al massimo – quando va bene – istruisce.
  • Cominciamo a formare l’uomo, “costruiamolo” fino ai diciotto anni. Perché tante bestie che oggi fanno i manager sono delle vere bestie. Non c’è l’uomo dietro di loro. C’è solo l’esercizio del potere anche nel modo più sadico possibile nei confronti dei sottoposti.
  • Attenzione alla cultura della prestazione. La nostra scuola sta degenerando. Perché non si fanno più i temi? Perché sono sostituiti dalle prove di comprensione di un testo scritto? Vuol dire che la tua soggettività (perché nel tema viene fuori proprio la tua soggettività) non interessa in quanto non è valutabile. Interessa soltanto la prestazione.
  • I professori dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità (mi detestano quando lo affermo…). Insegnare vuol dire comunicare, essere carismatici, trascinare, vuol dire plagiare, perché no? Lo diceva Platone: si impara per fascinazione e per imitazione. Ci vogliono professori capaci di comunicare, che credono nel loro mestiere, capaci di affascinare. Se non hai queste doti, non devi fare il professore. Invece, alcuni professori sono l’ “imago mortis”: quando entrano in classe, deprimono e demotivano i ragazzi. E quando hai demotivato un ragazzo, lo hai avviato sulla strada della depressione. Che compensa con grandi bevute, con un po’ di droga e a volte anche con un gesto estremo. In Italia si suicidano circa quattrocento studenti all’anno. La Svizzera italiana ha superato la Svezia e il Giappone nel numero di suicidi giovanili. Come mai la scuola li induce al suicidio? E’ la qualità dei professori.
  • “Maestro” si nasce, lo si è per natura. L’arte di essere carismatico non è una tecnica che puoi insegnare. E perché sei un insegnante se non sai insegnare? I Ministeri hanno sempre visto la scuola come luogo di occupazione per insegnanti, non come luogo di formazione di giovani. E poi: via il ruolo che rende inamovibili anche gli insegnanti meno capaci..
  • Ai genitori non importa niente la formazione di figli. Sono soltanto i sindacalisti dei figli. Interessa loro che passino gli esami e che siano promossi.
  • Le scuole private vanno tutte abolite perché non sono luogo di formazione. Sono luoghi di promozione, esamifici. Il CEPU è uno scandalo culturale. Bisogna eliminarlo. E’ comunque vero che ci sono scuole private che funzionano, e funzionano in quanto supplenza delle scuole pubbliche.
  • Fino a diciotto anni la scuola dovrebbe essere obbligatoria. Ma i ragazzi dovrebbero essere sedotti, e sedotti con la cultura. Solo così andrebbero a scuola volentieri. Se tu insegni la Divina commedia come ce la raccontava Benigni, magari si studia volentieri anche la Divina Commedia.
  1.  Noi italiani siamo all’ultimo posto per la comprensione di un testo scritto. Vuol dire che uno legge e non capisce. C’è un analfabetismo di ritorno, aiutato anche dall’informatica che riduce il linguaggio a cinquanta parole. Ma se hai poche parole in bocca, non hai tanti pensieri in testa. Perché i pensieri sono proporzionati alle parole che hai. Non posso pensare una cosa di cui non ho la parola. Se ho poche parole, penso poco.
  1. La scuola dovrebbe essere aperta dalle otto di mattina fino a mezzanotte e oltre. Questa proposta l’ho fatta una volta in televisione al ministro Berlinguer, nel 1998, e lui mi ha detto: “E chi mi paga i bidelli?” Se questi sono i problemi, chiudiamo le scuole all’una e non se ne parli più. I ragazzi oggi non hanno più luoghi di socializzazione. Oggi la socializzazione avviene attraverso i mezzi informatici dove tu il corpo dell’altro non ce l’hai mai davanti. I luoghi di socializzazione potrebbero proprio essere le scuole: sono edifici enormi, pieni di aule e di spazi vuoti. La scuola dovrebbe essere vissuta come la propria casa; andando a scuola il ragazzo non si sentirebbe sequestrato.
  1. I presidi tendono a non assumersi rischi (ragionevoli) e responsabilità. “Se io faccio mettere a posto il giardino e poi uno si fa male?”
  1. Il mestiere del genitore e dell’educatore è un mestiere difficile. Il padre non parla con i figli quando sono piccoli e poi si lamenta che, quando sono grandi, non parlano in famiglia. Per forza. Quando compare la sessualità i figli si muovono in orizzontale: è inutile e dannoso cercare di fare gli amici dei figli. Ma quali amici! Se li trovano loro da soli gli amici. Ciò che funziona è solo l’esempio. E in generale i padri non danno il buon esempio. Oggi ci si separa con estrema facilità. Ma la separazione è un danno psichico irreversibile per i figli. Io, che faccio lo psicoanalista, lo affermo e lo sottoscrivo. I figli patiscono la separazione. Punto e a capo.
  1. La volontà non è una categoria psicologica, è una categoria cristiana. Non ci si mette a studiare per buona volontà: si studia solo se si è interessati. Poi: io abolirei i genitori dalla scuola. Sono solo interessati a che i figli siano promossi. I genitori non servono a niente. Quando uno va a scuola fa un percorso iniziatico. Non ha più la protezione dei genitori: deve vedersela da solo. Invece i genitori “proteggono” i figli contro i professori. Nelle elementari, parlare male della maestra produce un danno psichiatrico.
  1.  Si può ritornare la scuola italiana. Ma bisogna vedere se alla società interessa una scuola riformata e migliore. Bisogna spostare l’attenzione da una scuola come luogo di occupazione e di stipendio per i professori, a scuola come luogo di educazione degli studenti. Bisogna cambiare la mentalità. Bisogna fare una selezione di professori preparati e anche giovani. Uno che ha cinquant’anni non capisce più i ragazzi di sedici anni. Una volta le generazioni erano uguali l’una all’altra. Adesso sono tutte diverse.
  1. Si devono fare classi di dodici, quindici persone. Raddoppiare il numero degli insegnanti. E smetterla di accontentare tutti con gli insegnanti di sostegno, perché non tutti i “sostenuti” hanno bisogno del sostegno. Ci vuole una limitazione di questa medicalizzazione dei bambini. Come è possibile che oggi molti bambini siano dislessici, acalculici. Ma chi l’ha detto? E’ la conseguenza dell’invasione dell’industria farmaceutica e della psichiatria nella scuola. Fai degli errori di lettura? Un po’ di esercizi e impari a leggere. Adesso invece no: sei bollato come se avessi una malattia. Così porti il bambino a credere di essere deficiente. E diventa reattivo. Lo si spinge a credere di avere un Sé debole e quindi di avere sempre bisogno di un tutor. A livello sociale si arriva a credere di avere bisogno di un tutor che, nella nostra storia, ha assunto le vesti di Mussolini…Bisogna imparare a fidarsi di se stessi e del proprio intelletto, come diceva Kant.
  1. La formazione dell’individuo non interessa a nessuno. Quando, per esempio, un giovane si suicida buttandosi dalla finestra della scuola. Intervistati dalla televisione, i professori dicono: “Chi l’avrebbe mai detto. Chi l’avrebbe mai pensato”. Per forza: vanno in classe e non li guardano neanche in faccia sti ragazzi. E ce li hanno lì davanti tutto il giorno, per tutto l’anno. Non li conoscono. Non hanno la più pallida idea di quel che succede.
  1. Si può riformare la scuola: classi ridotte e raddoppio dello stipendio dei professori. Bisogna investire. Tenere aperte le scuole fino a mezzanotte. Una riforma simile non può partire, oggi, dai nostri politici. Non gliene frega niente della scuola. E il corpo insegnante e i genitori non sono meglio dei politici.
  1. Io speranze non ne ho perché è grande la degenerazione. Se siamo all’ultimo posto per la comprensione di un testo scritto, la domanda è: ma allora che cosa fa la scuola?
  • Il problema è non chiedersi che cosa possiamo fare noi con la tecnica ma che cosa la tecnica può fare per noi. La tecnica ci trasforma alla grande. Abitua la nostra intelligenza a diventare convergente e distrugge l’intelligenza divergente. Convergente è quell’intelligenza che risolve il problema a partire da come il problema è stato impostato. Nel caso del computer, il programma. Ci si muove all’interno del programma. Divergente è quell’intelligenza che risolve il problema non all’interno di come è stato impostato; capovolge i termini dell’impostazione.

Ai genitori direi: quando avete i bambini piccoli, non riempiteli di giochi. I bambini che non hanno tanti giochi, si annoiano. E la noia è fondamentale. Per uscire dalla noia devi inventare qualcosa. Si ama ciò che si inventa, non ciò che si trova. Quindi pochissimi giochi, quasi niente.

*

Milano, 27 agosto 2020

5 Replies to “UMBERTO GALIMBERTI LA PENSA COSI’. E VOI…?”

  1. Come detto in sede di colloquio privato sono in linea con i pensieri espressi dal sig. Galimberti. Ma d’altronde quando un discorso non fa una piega è perché chi lo sostiene ha una mente “educata” ad educare e sensibilizzare. Oggi si vivono momenti di fuffa condita olio sale e pepe… il che la dice tutta. Se non sai scegliere gli alimenti… condirli a nulla serve. Un plauso per il post “centrato”! Paola.

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  2. 1. Sono d’accordo. Oltre ad associare la formazione ai sentimenti, la assocerei anche alla capacità di vivere in una comunità, di rapportarsi agli altri e di imparare l’educazione civica, per capire autonomamente cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

    2. Non sono totalmente d’accordo: sicuramente la sfida più ardua posta agli insegnanti consiste proprio nel tentare di educare nonostante l’alta numerosità di alunni in aula, ma credo che si possa educare anche e soprattutto nei grandi gruppi poiché, come detto nel punto precedente, educare significa far sì che le persone imparino a convivere insieme in una comunità più o meno grande.

    3. Sono d’accordo: il bambino è ancora malleabile e fortemente sensibile al contesto circostante; in sostanza, può coltivare l’essenza umana.

    4. Sono d’accordo. Troppo spesso la scuola si fonda sull’idea che la prestazione plasmi gli individui ed è proprio così che nascono le ansie e le preoccupazioni maggiori degli studenti: poche volte (ma ogni tanto accade) gli insegnanti spiegano ai propri alunni che la loro identità non corrisponde ai voti che vengono loro assegnati e che andare male a scuola non significa essere cattive persone. Si confonde la valutazione di sé come individui con una valutazione di giudizio.

    5. Sono d’accordo ma aggiungerei una precisazione: perché molti insegnanti sono demotivati? Perché rappresentano l’ “imago mortis”? Dopo aver realizzato che in una scuola ci sono insegnanti demotivati, aiutiamoli a ritrovare la motivazione, la passione, l’amore per l’educazione.

    6. Sono d’accordo e purtroppo a volte la necessità di uno stipendio e le questioni economiche del Paese influenzano le scelte delle persone… così, anche chi non ama insegnare si ritrova seduto in cattedra, spesso insoddisfatto e demotivato (vedi punto 5).

    7. Non sono d’accordo. Ogni caso è a sé, ci sono innumerevoli variabili che intervengono nella percezione dell’educazione dei figli da parte dei loro genitori. Sono certa che esistono genitori educatori, che non soltanto insegnano ma che soprattutto formano ed educano: credo molto nelle nuove generazioni di genitori.

    8. Non sono d’accordo: conosco scuole private che sanno educare al pari di scuole pubbliche. Probabilmente le rette più salate intralciano il principio che l’istruzione sia un diritto di tutti, ma, come in tutte le cose, esiste del marcio e del buono sia nel pubblico sia nel privato.

    9. Sono d’accordo e commento questo punto con le parole di Alessandro D’Avenia, insegnante ed educatore del cuore, oltre che della mente:

    «I Greci hanno inventato la parola scuola, che viene da scholé. Sapete cosa vuol dire?» chiese il professore. […]

    «Tempo libero!»

    I ragazzi si guardarono senza capire.

    «Sì, ragazzi. I Greci andavano a scuola nel tempo libero! Era il modo in cui si riposavano e si dedicavano a ciò che più piaceva loro. […] Possiamo provare a goderci la scuola per quello che è veramente e non per quella strana tortura che costringe trenta ragazzi di quattordici anni a stare seduti dietro a un rettangolo verde per cinque o sei ore al giorno… I Greci facevano scuola così: all’aperto. Osservando, ascoltando, annusando, toccando e cercando di rispondere alle domande che le cose suscitavano o i loro maestri ponevano…»

    Il silenzio era pari all’interesse dei ragazzi, che si chiedevano dove andava a parare quel discorso. I rumori della città erano un sottofondo quasi dimenticato, come accade quando la bellezza rapisce l’anima.

    «Se tutto quello che studiate in classe non vi aiuta a vivere meglio, lasciate perdere» concluse il professore. «Noi non leggiamo l’Odissea perché bisogna conoscerla, perché è scritto nel programma, perché un ministro lo ha deciso… No! No! No! Noi la leggiamo per amare di più il mondo.»

    10. Sono d’accordo. Questo è un altro punto cruciale che la scuola dovrebbe affrontare, ovvero l’educazione al pensiero critico, alla capacità di formarsi un’opinione sulle cose del mondo, leggere e capire invece di leggere e ripetere solo per un’interrogazione o per una verifica in classe. Sarebbe utile reintrodurre il vecchio giornale in aula, non solo con quotidiani di carta ma anche con tablet: adattiamoci ai tempi che cambiano, analizziamo insieme ai nostri ragazzi le notizie che trovano ogni giorno sui social ma che scorrono velocemente e che non leggono con senso critico, aiutiamoli a fiutare le fake news.

    11. Sono d’accordo: nel mio liceo venivano organizzati numerosi corsi pomeridiani, tra i quali un gruppo teatro, un gruppo di podcast radiofonico, lezioni di primo soccorso, attività di peer education… alcune università addirittura tengono aperte le proprie biblioteche fino alle 21, una bella iniziativa dalla quale potrebbero prendere spunto anche le scuole.

    12. Sono pienamente d’accordo. Se non loro, chi?

    13. Sono d’accordo: si impara a comunicare in famiglia, qualsiasi essa sia (“tradizionale”, monoparentale, allargata, omogenitoriale, ecc); la famiglia è un esempio, impariamo come ci si comporta osservando ciò che accade in famiglia, perciò se in famiglia non si comunica allora si impara a non comunicare, a far valere i propri diritti e i propri bisogni senza le parole ma con i capricci, la violenza e la legge del più forte. In questa condizione, ovviamente, la scuola può comunque fare la propria parte e compensare, per quanto possibile.

    14. Sono in parte d’accordo e in parte in disaccordo. Vero che i bambini e i ragazzi quando entrano a scuola devono cavarsela da soli, vero che sentire i genitori parlare male degli insegnanti crea solo danno, ma non per questo i genitori vanno aboliti dalla scuola. I genitori andrebbero invece inclusi, resi partecipi del percorso educativo dei figli e andrebbero ascoltati, andrebbe chiesto loro cosa pensano e, se criticano gli insegnanti, perché lo fanno. Non vogliamo dei genitori che si sostituiscono ai figli presentandosi insieme a loro anche quando hanno vent’anni fuori dall’ufficio del professore universitario, ma vogliamo dei genitori che collaborino con gli educatori; i bambini percepiscono la sfiducia delle proprie mamme e dei propri papà verso gli insegnanti e, di conseguenza, non riescono a fidarsi di loro. Ma escluderli sarebbe un grave errore.

    15. Sono d’accordo, la scuola educa per la scuola e l’università dovrebbe educare per la scuola dell’obbligo, formando docenti al passo coi tempi; se vogliamo insegnanti in pensione solo a sessant’anni allora si rende necessaria una continua formazione, con corsi di aggiornamento sempre attuali.

    16. Non sono d’accordo. Innanzitutto, gran parte della responsabilità va associata ai servizi che si occupano di diagnosi e che spesso si trovano a dover gestire il difficile compito di destreggiarsi tra disturbi dell’apprendimento, disabilità e falsi positivi; non è affatto una questione di industria farmaceutica né di invasione della psichiatria nella scuola. Inoltre, il fatto che il bambino si creda deficiente e che venga bollato come un malato perché dislessico o discalculico o altro dipende solo dalla mentalità retrograda di chi considera i disturbi dell’apprendimento delle patologie che rendono inferiori a chi invece sa leggere, scrivere e fare calcoli senza difficoltà. Il bambino sviluppa un sé debole o diventa reattivo solo perché il contesto che ha attorno è composto da persone che credono, appunto, che sia solo svogliato, che abbia solo bisogno di un po’ di esercizi e sarà in grado di leggere correttamente. È vero che bisogna imparare a fidarsi di se stessi e del proprio intelletto… ma come è possibile che un bambino se ne convinca se nessuno glielo insegna? Ognuno ha le proprie difficoltà, ogni alunno a modo suo ha bisogni educativi speciali, per alcuni serve un insegnante di sostegno e per altri invece servono mezzi diversi.

    17. Non sono totalmente d’accordo: la formazione dell’individuo interessa a chi fa l’insegnate per vocazione ed è motivato. Forse gli insegnati di quel giovane che si è buttato dalla finestra non erano appassionati al proprio lavoro.

    18. Sono d’accordo, la scuola si può e si deve riformare ma credo anche che sia un compito molto difficile; piuttosto che criticare i politici, bisognerebbe darsi da fare e far sentire la propria voce. Corpo insegnante e genitori potrebbero invece dare un grande e valido aiuto.

    19. Non sono d’accordo: non è tutto bianco o tutto nero. Sarebbe il caso di fare una bella lista di tutto ciò che funziona e tutto ciò che non funziona perché la scuola non è solo fabbrica di ragazzi all’ultimo posto per la comprensione di un testo scritto, ma è anche luogo di formazione di tanti giovani ricercatori italiani di cui il nostro Paese va fiero, nonostante tutto.

    20. Sono d’accordo, perché la noia ci insegna a saper stare bene con noi stessi, senza il superfluo che ci distrae… e stare bene con noi stessi è fondamentale per riuscire a stare bene anche con gli altri, per imparare a convivere.

    Aggiungo una precisazione: da futura psicologa probabilmente (e mi auguro che ciò accada) mi verrà chiesto di intervenire in qualche scuola; credo sia fondamentale che gli psicologi sappiano entrare in punta di piedi nella vita scolastica degli insegnanti, degli studenti e dei dirigenti scolastici senza voler impartire delle lezioni dall’alto. Non possiamo arrogarci il diritto di sapere come si vive a scuola, solo gli insegnati lo sanno e il compito dello psicologo è ascoltarli e offrire loro le proprie competenze: ascoltare, comprendere, aiutare.

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  3. Quando leggo o ascolto Galimberti, che considero l’ultimo pensatore del XXI secolo, soffro di quello che potremmo chiamare Euristica di Personalità. Tutto ciò che dice,scrive o racconta assume per me l’unica lettura possibile della nostra contemporaneità. Ma scorrendo i punti del suo discorso ho sentito un’irrefrenabile necessità di mettere in bocca quelle parole a qualcun altro che non fosse il Prof Galimberti, qualcuno che mi desse la possibilità di concentrarmi sull’eloquio e non sull’Oratore.
    Ho immaginato di incontrare per strada un uomo distinto e mai visto prima , che seduto insieme a me su di una panchina iniziasse a parlarmi di scuola, e non senza sorprese, tutto ha assunto nuovo significato.
    Tutti parlano di scuola, tutti hanno chiarissimo in mente ciò che non funziona, tutti sanno di chi è la colpa, ma nessuno di questi alla domanda :”Cosa farebbe Lei.?” saprebbe dare risposta, perché parlare di scuola significa tutto e niente. Niente se limitiamo l’esperienza dentro le quattro mura, tutto se pensiamo alla scuola come contenitore culturale e sociale. Allora mi chiedo, serve davvero sottolineare che gli insegnanti non aspettano altro che essere di ruolo per essere inamovibili? Serve davvero sottolineare che c’è troppa medicalizzazione degli alunni? Serve davvero dire ad alta voce che gli insegnanti non vedono i propri alunni al punto da non accorgersi quando qualcuno di loro è prossimo ad un gesto estremo come un suicidio?
    La domanda che mi faccio io è : Continuando a denigrare la nostra scuola, che cosa possiamo suscitare nei nostri ragazzi se non evitamento o conflitto? queste parole da Galimberti, sono state pronunciate anni fa ormai e ancora oggi hanno risonanza.
    Perché non iniziamo a raccontare di come maestri e maestre sono riuscite a superare da soli quell’abominevole Dad, facendo sentire la loro vicinanza ai più piccoli. Non diamolo per scontato. Se da un giorno all’altro mi trovo alla tenera età di 60 anni a fare i conti con parole come streaming, call conference, video call , Dad, nessuno a cui chiedere una mano e nessuno che te la da di sua spontaneità, non è scontato farle subito proprie. Io dico che gli insegnanti sono stati eroici e quest anno avrebbero dovuto ricevere degli encomi e non delle frustate di cilicio.
    Io sono preoccupato, perché vedo al di la della scuola, una dilagante psicosi antisociale. Nessun autocontrollo da parte dei nostri figli, capaci di prendere a calci un poliziotto o un clochard come si lrende a calci un pallone senza provare alcun rimorso, capaci già a sedici anni di stuprare e saccheggiare come prendere un gelato e senza averne alcuna consapevolezza, ma perché? Se è vero che la scuola deve formare e formare significa curare i sentimenti, non dovremmo allora essere noi i primi a prenderci cura dei Formatori e Curatori, ovvero dei nostri insegnanti? Se continuiamo a disegnare e Raccontare la scuola come un Grand Guignol come possiamo aspettarci che gli attori principali, si trasformino in ballerini dell’Opera di Parigi?

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  4. Parole come lame, oculatamente provocatorie, per smuovere le coscienze. Così mi arrivano le argomentazioni proposte da Galimberti in questo suo ragionamento sulla scuola. E così colgo la sua provocazione e amplio il suo ragionamento con le riflessioni che dentro di me ne sono scaturite.
    Sarebbe interessante confrontarsi punto per punto e avviare un dibattito costruttivo, che sia finalizzato ad una co-costruzione di un nuovo, parzialmente diverso, sistema scolastico-educativo. Insomma, uno di quei dibattiti che fanno poca audience perché troppo concentrati sul trovare soluzioni e troppo poco interessati a creare conflitti. Qui mi fermo e lascio che sia la fantasia di ciascuno a varcare questa soglia.
    Mentre i pensieri si rincorrono, affiora un sorriso a queste parole: test di personalità per i professori. Non si discosta di molto da un progetto fantasticato ai tempi dell’Università.
    Alcuni insegnanti non sembrano proprio tagliati per quel mestiere. Eppure lo fanno. Perché? Forse varrebbe la pena indagare le motivazioni che portano un insegnante a scegliere quella carriera. E non sono coloro che scelgono questa strada per soldi (che poi, si guadagna davvero bene?) o per stabilità (nel Pubblico ci si sistema per la vita) o ancora per comodità (chi altri può vantare due mesi pieni di vacanze estive, 15 giorni a Natale e una settimana a Pasqua?) a preoccuparmi, bensì coloro che hanno scelto di fare l’insegnante per dimostrare (a chi?) di essere capaci, intelligenti, colti. Più capaci, intelligenti e colti di tutti gli altri. Ma mettiamoci un momento nella loro prospettiva: hanno bisogno di un titolo e di un ruolo per sentirsi accettabili ai loro stessi occhi. Non sono dei mostri che provano piacere a vedere gli studenti che sputano sangue sui libri per essere sufficientemente all’altezza, sono persone che si autoflagellano perché non si sentono mai abbastanza. Sono loro che, con la loro fragilità, rischiano di portare gli studenti ad un disinnamoramento dell’arte dell’apprendimento.
    Gli insegnanti per convenienza forse non appassionano. Gli insegnanti per rivalsa talvolta danneggiano. E questo va ben oltre la capacità di comunicare, l’essere carismatici e il saper trascinare. Io ho apprezzato molto un mio vecchio professore molto rigido, direttivo e depresso che, tuttavia, amava molto la sua materia e ha trasmesso teneramente (a chi sapeva coglierlo, non dimentichiamo che la comunicazione dipende dal ricevente tanto quanto dall’emittente) questo amore. E non mi sono mai appassionata a materie che non sentivo nelle mie corde, benché insegnate da professori più frizzanti (prendendomi anche il debito che mi spettava). E di quegli insegnanti per rivalsa cosa ce ne facciamo? Impediamo loro di insegnare? O forse si potrebbero aiutare a vedere le proprie qualità, ad apprezzarsi e a riconoscersi all’altezza. Allora sì, che avremo insegnanti carismatici e studenti stimolati. Stimolati anche a riconoscere di se stessi forze e debolezze. Perché la magia di un insegnante che prima non credeva in sé e poi ha compreso, attraverso la riflessione, che cosa si celava dietro alle apparenze è trasmettere ai discenti la medesima consapevolezza. Insegnare loro, anche attraverso la didattica, ad accettarsi come si è.
    Galimberti dice: “Uno che ha cinquant’anni non capisce più i ragazzi di sedici anni. Una volta le generazioni erano uguali l’una all’altra. Adesso sono tutte diverse”.
    Mi domando in quale epoca i figli siano stati veramente uguali ai padri. Il cambiamento è il motore del progresso (talvolta dell’involuzione) e sono le nuove generazioni a spingere in questa direzione. I cinquantenni di oggi sono depositari di un’epoca che mai più tornerà. Sono il prodotto di un microcosmo e di un macrocosmo che sono esistiti solo lì e allora. E sono stati ragazzi. Forse sono stati non capiti così come loro faticano oggi a capire (o accettare?) i nuovi stimoli che provengono da menti più fresche e flessibili.
    Non è l’età che frena la complicità tra un insegnante e gli studenti ma l’assenza di un dialogo aperto e reciproco. Insegnante e studente dovrebbero costituire le rotaie di uno stesso binario. L’obiettivo è il medesimo: nutrire la mente. E perché un binario possa svolgere la sua funzione di condurre verso la meta è necessario che le rotaie siano allineate.
    Parlarsi, confrontarsi, prendere decisioni comuni. Questo rivoluzionerebbe davvero la scuola: la co-costruzione della stessa da parte dei sapienti e dei discenti.
    “…alcuni professori sono l’ “imago mortis”: quando entrano in classe, deprimono e demotivano i ragazzi. E quando hai demotivato un ragazzo, lo hai avviato sulla strada della depressione […]. Come mai la scuola li induce al suicidio? E’ la qualità dei professori.”
    In merito a questo punto, vorrei fare un passo indietro: perché un ragazzo dovrebbe essere tanto sensibile alla demotivazione scolastica da doversi suicidare? La depressione, porre fine alla propria vita sono tematiche molto serie e con radici molto profonde. È svalutante stringere il campo motivazionale alla scarsa capacità di alcuni professori di trasmettere vitalità. I ragazzi vivono molte ore a scuola, alcune di serenità e divertimento, altre di angoscia, altre ancora di delusione, spesso di frustrazione. E questo può diventare talvolta un (inconsapevole) alibi per nascondere dolori più profondi e radicati che niente hanno a che fare con l’immagine di sé come studente.
    Proviamo a ribaltare il punto di vista: grandi onori a tutti quegli insegnanti che, vedendo la sofferenza e le difficoltà dei loro allievi, credono in loro e li spronano a dare il meglio per raggiungere grandi soddisfazioni. Non sono una fiaba raccontata ai bambini con la buonanotte, sono persone reali capaci di cogliere ed empatizzare e che decidono di valorizzare pienamente il loro ruolo di educatori facendo emergere le qualità dei ragazzi.
    A cosa serve accusare gli insegnanti di colpe che non hanno? Non attribuiamo loro responsabilità che vanno ben oltre il loro ruolo. Non dimentichiamo che anche loro hanno una storia personale, qualcuno potrebbe non aver mai sviluppato quella sensibilità necessaria, eppure essere un trascinatore di masse o avere altre utili qualità.
    Il superuomo è un’utopia e il superinsegnante forse un nuovo personaggio della Marvel. Ma poi pensiamoci bene: un mondo di tutti insegnanti perfetti che formano generazioni di ragazzi perfetti. Quanta creatività perderemmo! Forse è più utile insegnare agli insegnanti e attraverso di loro ai nostri ragazzi (là dove non arrivano le famiglie) dialogo, reciproco rispetto e cooperazione. Così ognuno continuerà ad essere libero di pensare con la propria testa (o inizierà a farlo) e coltiverà la capacità di trovare, collaborando, soluzioni creative e alternative. Ma, forse, questa altro non è che la trama del prossimo cartone animato della Disney. Ai posteri l’ardua sentenza.

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