ABBIAMO AMATO TROPPO LE STELLE PER AVER PAURA DELLA NOTTE

Edoardo Bennato canta: «Seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino. Poi la strada la trovi da te: porta all’isola che non c’è. Forse questo ti sembrerà strano, ma la ragione ti ha un po’ preso la mano. Ed ora sei quasi convinto che non può esistere un’isola che non c’è..».

Questo tempo infido e pericoloso impone la ricerca dell’isola che pensiamo non esista. E’ indispensabile manovrare le due nostre leve: quella della ragione (senz’altro) ma anche la leva dell’emozione irragionevole. Il futuro non è più (né potrebbe essere) quello di una volta. Dobbiamo quindi scoprire proprio quell’isola che non c’è: unico spazio, tempo e luogo dove possiamo sperare di continuare a vivere. Secondo modalità sociali, produttive e relazionali nuove e – al momento – ancora inimmaginabili.

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2 Replies to “ABBIAMO AMATO TROPPO LE STELLE PER AVER PAURA DELLA NOTTE”

  1. Condivido appieno queste parole. Credo che mai come ora lo psicologo abbia il gravoso e impegnativo compito di aiutare le persone a trovare la propria Isola che non c’è e soprattutto a farla diventare reale, nel tentativo di tracciare le linee guida di un intervento concreto. Dobbiamo credere fermamente di poter costruire il nostro futuro anche se ci viene chiesto di farlo in modi del tutto nuovi, diversi dal passato, mettendoci a confronto con l’attuale emergenza, forti del fatto che l’essere umano ha una grande capacità di resilienza e di flessibilità al cambiamento!

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    1. C’è un qualcosa di straordinario e magico: Fabrizio De André sembra che abbia letto le tue considerazioni e, con le strofe della sua canzone “Sally”, indica quali potrebbero essere le linee guida che immagini possano favorire interventi concreti. Per esempio: “Mia madre mi disse: non giocare con gli zingari nel bosco. Ma il bosco era scuro, l’erba già verde, lì venne Sally con un tamburello. Dite a mia madre che non tornerò”.
      E poi sparire in un baleno sulla groppa di un pesciolino cieco, dopo aver pagato cento lire per un pesciolino d’oro. E via, con una serie di metafore poetiche e suggestive. La conclusione è sempre la medesima: “Dite che non tornerò…” Per costruire il proprio futuro non bisogna tornare al passato, riproducendone i moduli interpretativi, noti e consolidati. Non evidentemente adatti a leggere costruttivamente una realtà radicalmente mutata e in movimento. La psicologia dovrebbe quindi – come sostieni – giocare la carta dell’ascolto, di se stessi e dell’altro. Premessa obbligata per sperare di migliorare la qualità della vita (di psicologi e pazienti) attraverso la valorizzazione delle competenze inespresse e spontanee. Il che potrà avvenire se si imparerà a convivere cin l’idea che il cammino sarà incerto ma sicuro se la bandiera dell’immaginario continuerà a sventolare sotto il cielo della vita.

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