Lettera ad UVI da parte di una tirocinante 2.0

Il giorno in cui è arrivata la mia tanto sudata e attesa laurea in psicologia sapevo che il mio percorso di studi non sarebbe finito lì, o meglio, avevo ben chiaro in mente che di lì a poco ne sarebbe iniziato uno tutto nuovo e forse ancor più complesso e se possibile, ancor più formativo dei cinque anni passati all’università, ovvero il tirocinio. Si perchè dopo la laurea magistrale, a noi aspiranti psicologi, spetta un tirocinio della durata di un anno e solo dopo averlo terminato è possibile sostenere l’esame di stato che determinerà finalmente se siamo diventati psicologi (o se dovremo ripetere l’esame, chiaramente). Ma allora, come scegliere un tirocinio che ci prepari davvero per questa grande prova? Personalmente, per me non è stato affatto un processo semplice. Cercavo, nello specifico, un tirocinio che fosse in grado di arricchirmi sia in termini di esperienza lavorativa, sia che soddisfacesse quel mio bisogno personale di rendermi utile per gli altri, di fare qualcosa che avesse come scopo ultimo quello di far stare bene le altre persone. La mia ricerca è durata così, comprensibilmente, per un bel po’ di mesi fino a quando, proprio quando stavo per arrendermi alla triste “logica dell’accontentarsi”, ho conosciuto per caso UVI. E’ stato amore a prima vista, sia per le persone che da subito mi hanno trasmesso un’energia positiva rara da trovare, sia perchè ho capito che in UVI davvero si lavora per migliorare qualitativamente la vita dei più sfortunati e di chi ne ha davvero bisogno.
Così ho iniziato il mio tirocinio a ottobre, dividendomi tra gli spazi bimbi del progetto “l’Albero dai mille colori” e le giornate in associazione in compagnia degli altri tirocinanti e del mio tutor, Silvio Morganti. Tutto procedeva a gonfie vele fino a che non è arrivato l’ormai tristemente noto Coronavirus di cui tanto si parla in questi giorni a stravolgere la nostra vita e, ahimè, anche il mio tirocinio. E dunque, come poter soddisfare il bisogno di fare qualcosa per gli altri quando ci viene imposto di starcene a casa (giustamente, sottolineo) e di non incontrare fisicamente le altre persone? In questo senso, UVI non mi ha delusa neanche questa volta. Le referenti degli spazi bimbi si sono attivate fin da subito per cercare di mantenere un legame con i bambini destinatari degli spazi, cercando di dar vita ad una sorta di didattica on-line specifica per i nostri bambini attraverso video e registrazioni audio realizzati da loro e da noi tirocinanti e volontari con lo scopo di continuare, seppur in maniera alternativa, il processo di apprendimento dei bimbi. Ed ecco, quindi, che il mio ruolo di tirocinante è tornato ad avere un senso, anche se in modalità 2.0.
A chi, invece, sentisse il bisogno di rendersi utile per gli altri in generale, nonostante la condizione di isolamento in cui ci troviamo attualmente, mi sento di dare alcuni semplici consigli che possono fare la differenza, sia per noi che per gli altri: un semplice messaggio, una chiamata o meglio ancora una videochiamata (grazie tecnologia!) possono rallegrare una giornata grigia a un amico o a un parente, magari tornando a dare un significato al classico “come stai?” che sembra essere divenuta una domanda ormai scontata. Nulla, infatti, può dar conforto come la certezza di essere ascoltati davvero e credo che in questo particolare momento storico, ascoltare gli altri, possa davvero far sentire meglio sia loro che noi stessi.
Infine, grazie ad una recente conversazione con Alice Aratti (mia fedele compagna di avventure allo spazio bimbi Don Gnocchi, nonché futura collega) mi sento di dare un consiglio anche a quelli come noi, quelli che faticano a trovare la “pace interiore” se non fanno qualcosa di buono per gli altri: prendiamoci un momento anche per noi stessi, fermandoci e ricaricando le pile per tornare, si spera presto, alle nostre attività più in forma che mai!
Alla prossima,

Carol Bruttomesso

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